
Marina Bonfigli

presentazione:
Goldoni disegna un personaggio tanto antipatico quanto sincero, deprecabile per il suo attaccamento al denaro, ma invidiabile per l’innocenza con la quale muove ogni passo nella sua direzione. Il matrimonio della nipote è occasione ghiotta per ribadire la sua autorità e per sistemare alcune quisquiglie relative alla dote e al pagamento degli arretrati di suoi sottomessi. La morale del Sior Todero risiede proprio nella sua mancanza di morale, avaro, testardo, sempre pronto a volgere la situazione a proprio economico vantaggio, non tenta minimamente di nascondere la sua natura, risultando un personaggio che con il tempo invecchia bene e diventa quasi un eroe in una società fondata sull’ipocrisia e sull’occultamento delle debolezze più vive.
Bosetti entra nei panni del despota sapendo che più è duro e più risulterà per il pubblico accattivante. Cupo e torvo appare all’interno di uno studio legnoso che lo rivela grazie alla meccanica apertura della scena che gli riserva il centro del palcoscenico. Egli c’è anche quando il palco si richiude per dar vita a tutto ciò che ruota intorno alla sua possente figura di padre padrone. Con metodo, Bosetti cura il suo personaggio per portarlo alla battuta che più di tutte ne rivela la natura: sanza dota?
Goldoni costruisce un personaggio deprecabile per avvicinarlo al suo pubblico permettendogli di rispecchiarsi nelle sue piccole e quotidiane meschinità. Intorno ruotano, come nella vita, sognatori, arrivisti, mediatori, arsi d’amore e prede del desiderio. Nessun personaggio può polarizzare l’attenzione come quello della belva nel momento in cui viene fuori al naturale, chiarisce che tutto si può vendere e comprare, muovendo il mondo sensibile intorno alla ricerca dei danari per cambiare il proprio e l’altrui destino. Nessuno osa confrontarsi con il vecchio; il figlio si finge tonto, la nuora lavora dietro ma non si scopre se non a cose fatte, i suoi sottomessi aspettano la manna mentre i suoi avversari tentano la strada per il suo cuore capendo ben presto l’impossibilità di farvi breccia.
NOTE DI REGIA
Non c'è più il carnevale. Il carnevale è finito. Non sembra neppure mai iniziato. L'inverno e il freddo spengono ogni festa. Nessun "morbin", nessuna spensierata allegria. Quasi un rassegnato pessimismo. Dietro le mura della casa di Todero c'è una Venezia cupa, quasi assente. La città-labirinto sembra essersi trasformata in una casa-labirinto.
Una casa-prigione, di cui Todero è l'arcigno custode, dove le persone non si incontrano più, non si scambiano affetti.
Una casa rinserrata in se che esclude ogni tentazione di vita esterna perché foriera di "desordene". Un interno borghese dominato da tensioni mai risolte, contrasti e conflitti sempre elusi. Un interno che mostra le crepe di un ceto mercantile dominato dal ruolo disgregatore e mistificatore del denaro che mercifica ogni affetto e ogni ideale.
Un capolavoro. Uno straordinario risultato artistico frutto della eccezionale padronanza tecnica di Goldoni capace di delineare a tutto tondo i caratteri dei personaggi. È un Goldoni insolitamente nervoso, aggressivo, quello che scrive Sior Todero brontolon. Mai gli è capitato di dar vita a un personaggio così negativo. Per questa sua superba creatura l'autore sembra non provare alcuna simpatia. Addirittura sembra stupirsi che malgrado "l'odiosità" del protagonista, la commedia abbia "incontrato moltissimo" il favore del pubblico. Todero, infatti, non ha niente di bonario.
Ha perso qualsiasi tratto della burbera umanità dei "rusteghi".
Todero è un caso-limite. Un vecchio dal carattere "inquieto, fastidioso, indiscreto", dominato da un maniacale bisogno di dominio. Egli esige di essere in casa l'assoluto "patron" che pretende di sorvegliare tutti, che non tollera in casa la presenza di estranei, che inibisce ogni divertimento, ogni spasso, perché li ritiene inutili motivi di spreco.
Todero è dominato dall'angoscia dell'avaro e dalla paura della morte. Per questo proietta il proprio futuro un una sorta di eternità quotidiana senza accorgersi che la realtà ed i tempi stanno cambiando. Per lui non esiste il tempo della realtà, il tempo degli altri. Esiste solo il "suo" tempo. Un tempo fermo. Un tempo bloccato. Un tempo che sembra non trascorrere, condannato alla immobilità, quasi per la paura di consumarsi. Todero, ossessionato dalla paura del "desordene" è animato da un angoscioso bisogno di rendere immobile intorno a se l'universo famigliare.
Immutabili devono rimanere gli equilibri di potere della casa. Immutabili le regole. immutabile il potere assoluto di Todero che si procura il piacere umiliando gli altri facendoli sentire costantemente inferiori o colpevoli.
La sua ossessione patologica del risparmio lo spinge ad eccessi maniacali. Diffidente di ogni novità e prevenuto contro le apparenze che possono essere ingannatrici, Todero è di quelli che ritengono di essere capaci di tutto prevedere e determinare secondo il calcolo preciso del proprio profitto. I soldi, i "bezzi", sono i protagonisti più insistenti, una presenza continua e corposa in tutta la commedia. Per Todero i soldi sono una sorta di elemento vitale, da accumulare, senza riposo.
Più che un riparo, o magari una fortezza, come avviene per i "rusteghi", la sua casa si potrebbe definire letteralmente una cassaforte.
In casa, Todero è onnipresente. Non si muove foglia che egli non debba sapere, controllare, decidere. È il capofamiglia e quindi esige obbedienza assoluta e indiscussa, in nome di quel denaro che secondo la sua mentalità gli conferisce ogni autorità su quelli che da lui dipendono. "E mi son el pare del pare, e son paron dei fioi, e son paron dela nezza, e dela dote, e dela casa, e de tutto quelo che voggio mi" Ogni rapporto basato su altro fondamento non trova ricezione nel suo animo, neppure l'affetto.
Todero non conosce ripensamenti e neppure perplessità. E anche se la commedia si conclude con una vittoria di Marcolina, Todero non è lo sconfitto dal momento che ottiene ciò che voleva: risparmiare la dote e spendere il minimo. In questa commedia non c'è "l'abbraccio finale". Todero rimarrà sempre coerente con se stesso e incorreggibile.
Al di la della conclusione (momentanea) a lieto fine, i brontolamenti, la tirchieria, l'autoritarismo, la diffidenza di Todero verso gli altri, si proiettano più che mai sul futuro prossimo: e tutto lascia presagire che ben presto altri motivi di litigio sorgeranno a turbare la casa. La (tragi)commedia di Todero è pronta, ogni giorno, a ricominciare…
Giuseppe Emiliani















